Nuovo manifesto dell’acqua e degli altri beni comuni: 21 Maggio 2013 a Bari

Il Comitato internazionale per il contratto mondiale sull’acqua presieduto da Mario Soares ( ex presidente del Portogallo) e  su iniziativa di Riccardo Petrella contribuirono a creare il Manifesto mondiale dell’acqua  nel settembre 1998 nella città di Lisbona.

Nel 2003 a Firenze fu ripreso il Manifesto dell’acqua sempre dallo stesso Riccardo Petrella

Nel marzo  2006 nacque il forum italiano dei movimenti per l’acqua ed è stato il risultato di un nuovo percorso culturale contrario a quello per cui si diceva il privato è bello e tutto ciò che è pubblico non funziona pertanto necessita privatizzare tutto ciò che è statale.

A dieci anni dal primo manifesto del 2003 a Firenze, Riccardo Petrella presenta il Nuovo Manifesto, rielaborato a partire dall’esperienza della grande mobilitazione dei cittadini per l’Acqua Pubblica – dalla Legge di Iniziativa Popolare al Referendum del 12 e 13 Giugno 2011 – fino ad oggi.

Vi sarà a Bari il 21 Maggio un incontro di rilancio di un Nuovo manifesto dell’acqua e degli altri beni comuni.

Tale nuovo manifesto si pone il problema di provare a cambiare il sistema che produce le diverse problematiche sociali tra le quali la privatizzazione dell’acqua e questa viene usata come leva per scardinare tutte le altre privatizzazioni.

E’ stata scelta la Puglia e non un’altra regione come lancio del nuovo manifesto, perché in Puglia si pensa si stia  preparando la privatizzazione totale dell’acqua.  La concessione concessa ad AQP spa scadrà nel 2018, nel frattempo si stanno realizzando utili mai visti in precedenza, nel 2009  10 mln di euro, nel 2010  33 mln di euro, nel 2011  40 mln di euro, gli investimenti si stanno comprimendo,sta aumentando l’indebitamento, è in vendita parte del patrimonio,stanno aumentando le tariffe ultimo del 5% e in cinque anni dal 2007 al 2012 si sono verificati circa 500 licenziamenti. In Europa,quando si  hanno questi risultati, è di solito propedeutico ad una imminente apertura completa ai privati.

Sulla pubblicizzazione non è stato fatto nulla,  non come viene detto in televisione a Febbraio 2012 dal presidente della Regione Puglia Vendola.

L’incontro del 21 maggio a Bari  ha una valenza superiore che vedrà trattare tutto l’insieme del sistema economico basato sul mero profitto e la definizione dei beni comuni.

A quasi due anni dal Referendum, attraverso il quale 27 milioni di cittadine e cittadini, nel 2011, hanno detto “no” alla privatizzazione dei servizi pubblici e al profitto sull’acqua, si continua a pagare il profitto sulle tariffe.

Insieme all’acqua continua lo sfruttamento degli altri beni comuni per interessi privati o di parte, a danno della collettività e dell’ambiente.

Sarà possibile seguire la conferenza in streaming sul sito di RadioLuogoComune. www.radioluogocomune.com

PER ULTERIORI INFORMAZIONI:
segreteriareferendumacqua@gmail.com
www.lacquanonsivende.blogspot.com
www.benicomuni.org

A cura del nostro referente per il Forum sui Movimento per l’Acqua Angelo Miccoli

LA RINASCITA DI TARANTO SECONDO GLI ATTIVISTI DEL MOVIMENTO 5 STELLE

“Taranto versa in uno stato di disastro ambientale permanente, tra i più difficili da affrontare in Italia perché frutto di oltre 50 anni di scelte sbagliate che hanno immolato il territorio, avvelenato nelle acque, nella terra e nell’aria e depredato delle sue risorse, in nome di una vocazione industriale che non ha tenuto conto del più grande valore proprio dell’uomo: la vita”.
Lo affermiamo come cittadini e attivisti del MoVimento 5 Stelle Puglia in seguito al Decreto Legge del governo Monti, firmato dal Presidente della Repubblica il 3 Dicembre 2012, che sembra incurante degli esiti delle perizie degli epidemiologi e dei chimici utilizzate nell’incidente probatorio disposto dalla Procura.
Non c’è più spazio per le interpretazioni: a Taranto si muore e ci si ammala più che dalle altre parti a causa dei processi industriali, un dato di fatto che non si può ignorare.
Non si possono, perciò, “legalizzare” processi produttivi obsoleti solo per salvaguardare la produzione. Non si può consentire alla finanza di guardare solo agli indicatori economici e ai guadagni immediati trascurando la qualità delle attività industriali che, come in questo caso, determinano terribili effetti nelle condizioni di vita e di salute dei Tarantini.
Il Decreto, tra l’altro, amplia la possibilità di essere applicato a qualsiasi impianto in Italia che venga considerato “strategico” a patto che abbia un numero di dipendenti superiori alle 200 unità. Si tratta di un vero e proprio “ricatto occupazionale”, amplificato a livello nazionale, che dispiega tutti i suoi effetti nefasti nella vicenda dell’Ilva di Taranto.
Colpevole la politica, che si è dimostrata assente e che, quando interveniva, lo faceva in maniera inefficace e inefficiente, come nel caso della legge “antidiossina” del 2008/2009 del governo Vendola, o tardiva come la legge sulla “Valutazione di Danno Sanitario” sempre della Regione Puglia. Per non parlare delle leggi “ad aziendam” come quella dei limiti sul benzo(a)pirene del Governo Berlusconi. Tutte circostanze che hanno consentito e favorito il “ricatto occupazionale” della famiglia Riva, proprietaria dell’impianto siderurgico.
La società civile da anni denuncia queste circostanze in maniera civile e pacifica, mentre piange i propri morti, soccorre i propri ammalati e chiude le proprie attività commerciali.
Appare quindi evidente che la magistratura abbia svolto un ruolo di supplenza della politica, così come oggi assistiamo anche ad una azione incostituzionale del Governo che di fatto ostacola il lavoro degli inquirenti e accentua i contrasti tra i poteri dello Stato. La politica a più livelli è corresponsabile della attuale situazione di Taranto. Ingiustificabile la mancanza di garanzia dei diritti dei cittadini, come evidenzia l’indagine “Ambiente venduto”.
Nel 1971 relazioni scientifiche decretavano la pericolosità degli impianti industriali per la salute e l’ambiente tarantino. Ma, da allora è solo aumentata la produzione e si sono aggiunti altri impianti impattanti per l’ambiente: inceneritori, discariche, ampliamenti di raffinerie, cementifici e tutto in versione maxi e il tutto per il “bene” del Paese e del sistema Italia.
Si tratta di modello di sviluppo sbagliato, basato su un materiale, l’acciaio, che non solo sta lasciando il posto a nuovi materiali che soppianteranno le produzioni tarantine, minacciate, tra l’altro, anche, da nuove economie, basate su processi virtuosi di conversione industriale e sul benessere delle persone.
Taranto è stata importante per l’Italia e l’Europa ma è giunto il momento di tornare alle proprie vocazioni storiche, naturali ed economiche a “chilometro zero”, cui ha dovuto rinunciare.
Il Diritto alla vita non può soccombere a favore degli interessi economici e poiché il privato non dimostra volontà di ottemperare alle prescrizioni impartite dalla magistratura, deve intervenire la politica, che invece di ostacolare il lavoro dei magistrati deve pianificare le alternative per Taranto. Ma occorre fare presto.

Per questo esigiamo le dimissioni immediate dei politici coinvolti nella vicenda e chiediamo:
Il blocco dei beni patrimoniali ed economici del privato ovunque essi siano e delle aree di proprietà dei Riva a Taranto, al fine di effettuare una nuova caratterizzazione e successiva bonifica delle aree ricadenti all’interno dello stabilimento siderurgico.
Le bonifiche dei reparti inquinanti dell’ILVA si devono effettuare con i soldi dei Riva.

-  Di confiscare le proprietà del privato (eventualmente con l’indennizzo simbolico di 1 centesimo).

-  Di garantire il reddito (durante la formazione) per gli operai Ilva che, appena formati, dovranno essere impiegati, IN CONDIZIONI DI SICUREZZA, nelle operazioni di bonifica.

-  La caratterizzazione, Messa in Sicurezza e Bonifica dei terreni inquinati in provincia di Taranto che pagano lo scotto di esser luoghi di produzione o di smaltimento per l’Italia intera.

-  La messa in sicurezza delle Falde idriche Tarantine che risultano contaminate da inquinanti oltre che essere soggette a un forte stress idrico e a contaminazione salina a causa di un sovrasfruttamento.

Riqualificazione e Riconversione dell’ILVA

- Le aree di proprietà militare che la Difesa sta cedendo, devono necessariamente essere restituite gratuitamente alla città e alle comunità locali.

-  Garanzia di prestazioni sanitarie efficienti per la totalità della popolazione garantendo screening e visite gratuite e in tempi brevi a cominciare dai cittadini del quartiere tamburi e dai lavoratori del polo industriale, visite da effettuate a Taranto.

- Di bloccare ogni nuova autorizzazione di richiesta di AIA nella provincia di Taranto.

-  Di riesaminare le AIA di competenza provinciale, regionale e statale già concesse degli impianti in provincia di Taranto e valutare con commissioni formate da esperti diversi rispetto quelle già rilasciate, l’opportunità del rilascio definitivo.

-  Di creare a Taranto un polo Universitario, pubblico che dipenda unicamente da Taranto e non da Bari o Lecce, con individuazione delle aree adibite a tale scopo situate nel Centro Storico.

-  Il risarcimento completo dei danni subiti dagli allevatori e dai mitilicoltori poiché attività non salvaguardate dalle amministrazioni.

Parte dei denari siano attinti da un fondo appositamente creato per Taranto, costantemente controllato dalla popolazione, e ricavati dai fondi non ancora impiegati e destinati ad inutili opere, già pianificate dai governi di centro destra e centro sinistra, come:

  • l’acquisto di Caccia F 35 e ritiro dei militari in missione in Afghanistan, anche perché le forze armate occupano una parte sostanziale dei territori della provincia di Taranto
  • la realizzazione della Tav in Val Susa, per un costo di oltre 10 miliardi di euro. Questo per l’isolamento al quale è stata condannata la città di Taranto nel corso dei decenni;

Fondi ricavabili anche da :

  • la riduzione a 5.000 euro al mese delle “pensioni d’oro”, attualmente erogate a 100.000 persone, per un risparmio totale di oltre 7 miliardi di euro;
  • la cancellazione di tutte le province;
  • l’abolizione del rimborso elettorale a tutte le formazioni politiche;
  • il ritiro definitivo del progetto del Ponte sullo Stretto, recentemente riesumato dal governo Monti per evitare penali previste a salvaguardia di imprese private a spese dei contribuenti.

Crediamo che una parte dei denari impiegati in tutte queste azioni e opere che reputiamo inutili, possano essere destinate per la bonifica dei territori a cominciare da Taranto.
Una parte del Fondo dovrà esser impiegata per progetti, seguendo la consultazione della popolazione dei singoli quartieri e dei comitati impegnati nelle vertenze territoriali per comprendere quale vocazione economica debba assumere Taranto sviluppando economie locali.
Le risorse per Taranto dovranno sottostare a principi di trasparenza e soggetti a meccanismi di verifica della cittadinanza, tramite internet e siti web appositi e non potranno esser utilizzati per fini differenti che non siano stati decisi dalla cittadinanza.
Crediamo che Taranto possa essere il simbolo di una nuova svolta che dovrà ripercuotersi nel resto del territorio Italiano.

Ormai non abbiamo più scelta.

211892_100000018636515_8310713_n Amici di Beppe Grillo Taranto – Meet Up 192
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Comunicato Stampa sul Porto di Pulsano

Comunicato Stampa sul Porto di Pulsano

A Pulsano (TA), l’amministrazione comunale sta promuovendo la costruzione di un “porto turistico” in una “storica” baia del litorale tarantino di grande valore paesaggistico e ambientale, il Seno Capparone.
L’insediamento prevederà al termine dei lavori, un molo di sopraflutto di cemento spesso 7 metri, alto 6 metri e mezzo sul livello del mare e lungo oltre mezzo chilometro.
Fino a qualche mese fa, le notizie di quest’opera si succedevano e la popolazione veniva informata sia sulle osservazioni al progetto, sia sull’iter procedurale in quanto l’opera è soggetta a Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA) di competenza della Regione Puglia.
Proprio dalle osservazioni presentate nell’ultima Conferenza di Servizi (Maggio 2012) si sono apprese informazioni preoccupanti qualora fosse approvato il progetto. Gli Amici di Beppe Grillo di Taranto avevano già affrontato l’argomento in una serata informativa il 12 Giugno 2012, esponendo le osservazioni che di seguito brevemente riportiamo.
Gli esponenti di Legambiente temono il verificarsi di gravi fenomeni di erosione costiera e della conseguente regressione dell’adiacente e frequentata spiaggia di Montedarena, fenomeni innescati inevitabilmente dalla variazione nell’andamento delle correnti marine in seguito alla realizzazione della spropositata struttura.
In merito alle peculiarità naturalistiche del luogo in esame, sono state presentate osservazioni dall’Associazione Wwf Taranto onlus, che ha più volte ribadito la presenza di habitat protetti (grotte marine e prateria di Posidonia oceanica) nonché di numerose specie animali tutelate dalla legislazione vigente.
Ma le osservazioni negative sono giunte in Conferenza dei Servizi anche dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia che ha espresso parere negativo alla realizzazione dell’opera affermando che “il progetto in discussione, con gli interventi previsti di dragaggio dei fondali, messa in opera del molo sopraflutto, strutture a terra e scalo d’alaggio, andrebbe ad incidere irrimediabilmente sulle presenze archeologiche e ad alterare in maniera significativa un contesto storico-geografico che ancor oggi rappresenta una preziosa testimonianza dell’uso del mare in età greca e romana”.
Risulta tra l’altro, che il progetto non ha ancora ottenuto la necessaria concessione a mare da parte dell’Ufficio Demanio Marittimo.
Critiche al progetto sono state presentate anche dal movimento “Se Non Ora Quando” e da cittadini residenti e dimoranti di Pulsano che rivendicano il diritto ad un ambiente non inquinato, ad un mare pulito, liberamente fruibile dai residenti e dai tanti turisti che popolano il tratto di costa durante i mesi estivi e che giurano di non tornare più se il porto dovesse essere costruito. Sottolineano, altresì, la mancanza di un accurato studio economico dei proponenti del progetto, relativo ai vantaggi/svantaggi che tale opera apporterebbe alla cittadinanza di Pulsano.
Ma da qualche mese, nè la stampa, nè la “politica trasversale di destra e di sinistra” parla più del Porto di Pulsano. Nonostante per legge, la procedura di VIA debba durare 90 giorni, ci risulta che la prima documentazione sia stata pubblicata a gennaio del 2010 e che la procedura sia ancora aperta.
Ci chiediamo inoltre come mai venga perseguita da parte del Comune di Pulsano una visione politica così arretrata che basa il suo sviluppo sulla cementificazione di ogni angolo naturale in terra e in mare, vero patrimonio della nostra regione. In un Comune dove la depurazione manca e un vecchio depuratore malfunzionante scarica liquami sul litorale, e dove la raccolta differenziata rimane al di sotto di un imbarazzante 10% (ciò causerà nel 2013 l’aumento dei costi per i cittadini per la Tarsu), notiamo un’ostinazione inspiegabile per un’opera ricca di incognite e danni ambientali. “Il grande sviluppo economico” che il paese avrebbe, realizzando il porto, sviluppo ripetutamente ostentato dall’Amministrazione di Pulsano, non è infatti fondato su nessuna evidenza reale, anzi secondo dati recenti dell’Osservatorio Nautico Nazionale (31 Gennaio 2012) i porti italiani hanno registrato un calo delle presenze pari a 27.000 imbarcazioni con un danno del settore di 1,5 miliardi di euro. Ma non solo per i posti barca sorge la perplessità, l’esempio del porto di Campomarino, che oggi ha dei grossi problemi di dragaggio (e costi per il dragaggio che non si sa chi debba sostenere) non ha insegnato niente?
Con questi presupposti, ci viene da domandare: da dove provengono i denari per tale costruzione? Chi farà da garante per tale costruzione e, al termine della concessione, qualora l’opera dovesse produrre più debiti che crediti, chi dovrà pagare questi debiti? Verranno riversati sul Comune? Chi dovrà sostenere economicamente la manutenzione ordinaria e straordinaria? Dovremo assistere agli stessi disagi del porto di Campomarino?
Chi sborserà i denari per i futuri ed inevitabili dragaggi?

TARANTO 25/11/2012

Meet Up 192 – Amici di Beppe Grillo Taranto

Taranto città a vocazione industriale? Non per “l’Acqua”.

In questi giorni, in cui l’attenzione del Governo, delle amministrazioni, dei media e della cittadinanza si concentra finalmente sui grandi e gravi problemi legati al reparto industriale di Taranto e nella fattispecie all’Ilva spa, probabilmente non sta assumendo il giusto risalto, l’utilizzo delle risorse idriche e i rischi legati al loro sfruttamento nei vari comparti industriali.
Va ricordato che la Puglia è una regione tristemente nota per il problema delle crisi idriche che creano notevoli disagi alla popolazione e alle attività legate all’allevamento e all’agricoltura. Le risorse idriche rappresentano un elemento vitale qualunque sia lo scenario presente o futuro del territorio.
Lo sfruttamento sconsiderato della risorsa “acqua” e l’inquinamento che le attività legate alla zona industriale hanno generato sulle falde sottostanti, evidenziano tutti i limiti e l’inopportunità di definire Taranto una città a vocazione industriale.
Gli impianti industriali, in primis l’Ilva, concorrono al forte “stress idrico” (rapporto tra emungimento di acqua dai pozzi e la ricarica naturale delle falde) degli acquiferi del tarantino. Secondo le stime pubblicate dall’Autorità di Bacino della Puglia e quelli presenti nel Piano di Tutela delle Acque della Regione Puglia, il comparto industriale emunge oltre 27 milioni di metri cubi dalla falda (Murgia Tarantina). Solo l’ILVA è autorizzata a prelevare, tramite i suoi 29 pozzi, più di 20 milioni di metri cubi annui. Ma se la falda non riesce a “ricaricarsi naturalmente” vi è anche un l’aggravamento di un altro effetto, quello della “contaminazione salina”. In pratica l’eccessivo emungimento, non solo industriale, concorre ad aumentare “l’infiltrazione dell’acqua di mare nella falda” tanto che in agro di Taranto già ad una profondità di 50 metri vi é una salinità superiore ai 3 grammi per ogni litro, “salinità” che aumenta con l’aumentare della profondità. Con questo scenario viene da chiedersi quale futuro possano avere le altre attività come l’agricoltura e l’allevamento che necessitano di acqua dolce.
Per quanto riguarda l’Ilva spa, c’è da rilevare che attualmente è autorizzata anche ad attingere acqua dolce proveniente dal Sinni, dalla sorgente Tara e dal Fiumetto, per quantitativi enormi. Le autorizzazioni rilasciate nel corso degli anni riferiscono la possibilità di attingere da queste fonti per oltre 70 milioni di metri cubi annui. Oltre alle autorizzazioni limite, vi sono i consumi stimati di acqua dolce dichiarati dall’Ilva spa che per l’anno 2007 ammontano a poco più di 52 milioni di metri cubi. Per avere un paragone rispetto al quantitativo di acqua consumato dagli abitanti di Taranto, questi ultimi nel 2010 hanno complessivamente consumato per uso civile poco meno di 11 milioni di metri cubi di acqua potabile.
L’AIA rilasciata all’Ilva nel 2011 interviene parzialmente sul problema prescrivendo che entro 24 mesi dalla data di pubblicazione dell’avviso, l’Ilva utilizzi nei propri impianti produttivi prioritariamente le acque reflue provenienti degli impianti di depurazione Gennarini e Bellavista (compatibilmente con la fornitura quali-quantitativa conforme alle esigenze di utilizzo) secondo accordi da stipulare con la Regione Puglia. Tali impianti hanno un volume annuo totale recuperabile di circa 38 milioni di metri cubi ed appare quindi evidente che a fronte delle autorizzazioni rilasciate vi saranno ancora dei notevoli utilizzi di acqua dolce da parte dell’ILVA spa dalle varie fonti oltre a quelle provenienti dagli impianti di depurazione. Al momento non ci risulta che l’Ilva abbia comunque provveduto alla prescrizione.
Il gestore avrebbe dovuto predisporre entro 6 mesi dal rilascio dell’AIA, uno studio di fattibilità finalizzato a ridurre il prelievo primario del 20% entro 3 anni e del 50% entro la scadenza dell’AIA, ma attualmente non ci risulta che sia stato completato.
Oltre all’acqua dolce, il documento di sintesi del 2008 dell’Arpa per i “Dati conoscitivi dell’area industriale di Taranto e Statte” riporta che il polo industriale di Taranto preleva anche un enorme quantitativo di acqua di mare, valore stimato di circa 1,5 miliardi di m3/anno.
Le attività legate al reparto industriale nel corso del tempo hanno provocato anche un grave inquinamento dell’acqua di falda superficiale e profonda con Arsenico, Selenio, Alluminio, Ferro, Manganese, Nichel, Piombo, Cianuri, Cobalto, Cromo totale, Cromo esavalente, Solfati, Nitriti, BTEX, composti alifatici clorurati cancerogeni e non cancerogeni, IPA singoli e totali, Idrocarburi tot, MTBE. Interventi di messa in sicurezza della falda sono stati più volte annunciati ma mai attuati.
Per quanto riguarda lo stato di qualità dei sedimenti marini delle zone dove sono presenti gli scarichi dei reparti industriali, che coincidono con l’area del porto, si registrano valori di concentrazione degli inquinanti superiori alla normativa vigente nel caso di zinco, PCCD/PCDF e PCB/DL.
A fronte di tutto ciò, considerando i consumi idrici, riteniamo che sia inesatto definire Taranto come una città a vocazione industriale, “vocazione” che in realtà è stata una “imposizione” ed ha prodotto solo scompensi e gravi problemi al territorio, compromettendo le attività tradizionali, vera fonte di ricchezza per Taranto. Attualmente sentiamo l’esigenza di affermare che Taranto rappresenti l’inspiegabile sacrificio di un territorio all’attuale e obsoleto modello di sviluppo ormai divenuto insostenibile e che presto, volente o nolente, finirà. Tocca quindi ai tarantini chiedersi “oggi”, cosa fare “domani”, pianificando nel rispetto delle risorse che il territorio ci offre.

 

Relazione sul prelevamento e l’uso dell’acqua dolce, a scopo domestico e produttivo (industriale e agricolo) di Giovanni Vianello

Inceneritore Massafra: Risposta all’Assessore Nicastro e la Regione Puglia rimane a guardare!

Comunicato Stampa Amici di Beppe Grillo Taranto – Meet Up 192
Inceneritore Massafra: Risposta all’Assessore Nicastro e la Regione Puglia rimane a guardare!

“Ringraziamo” l’Assessore Nicastro per la risposta data a mezzo stampa dove sottolinea con un “come è noto” che “le conferenze di servizi sono contesti tecnici e non politici”. Eppure questa conferenza dei servizi si trova in un procedimento VIA (valutazione d’impatto ambientale)!
Troviamo difficile che l’Assessore ignori che “La valutazione d’impatto ambientale, anche con riferimento alla tutela dei siti di interesse naturalistico SIC e ZPS, non costituisce un mero giudizio tecnico, suscettibile in quanto tale di verificazione sulla base di oggettivi criteri di misurazione, ma presenta profili particolarmente intensi di discrezionalità amministrativa, sul piano dell’apprezzamento degli interessi pubblici in rilievo e della loro ponderazione rispetto all’interesse all’esecuzione dell’opera,…”.
Questo non lo dicono gli “Amici di Beppe Grillo Taranto” ma lo affermano le 4 sentenze del Consiglio di Stato e le  2 sentenze del Tar Puglia (Cons. Stato, sez. V, 22 Giugno 2009 n. 4206; Id., sez. V, 21 Novembre 2007 n. 5910; Id., sez. VI, 17 Maggio 2006 n. 2851; Id., sez. IV, 22 Luglio 2005 n. 3917; TAR Puglia, Bari, sez. I, 14 Maggio 2010 n. 1897 ; T.A.R. Puglia Bari, Sezione I, 23 Giugno 2011 n. 954).
E anche se la VIA deve esser rilasciata, per procedura stabilita, dalla Provincia di Taranto
, la Regione pensa di “lavarsi le mani” con tali affermazioni?
Eppure il dott. Nicastro è a capo dell’Assessorato alla Qualità dell’ambiente (Ecologia, Ciclo Rifiuti e Bonifica, Politiche energetiche, Politiche di differenziazione, recupero e riuso dei rifiuti, Bonifiche, Foreste), possibile che non possa esprimersi pubblicamente su un raddoppio di inceneritore di rifiuti, che insieme agli altri già autorizzati, predispone il territorio jonico a “bruciare” più rifiuti di quelli prodotti dell’intera provincia? Tutto ciò avviene in un’area protetta, elemento “escludente” per il Piano Regionale dei Rifiuti Speciali, ma non per l’ente Regione che quel piano lo ha redatto.  Inoltre, possibile che continui la miopia della dott.sa Barbanente a capo dell’assessorato “Qualità del territorio”  (Assetto del Territorio, Paesaggio, Aree Protette e Beni Culturali, Urbanistica, Politiche abitative, Biblioteche, Musei e Archivi). Eppure il raddoppio dell’inceneritore avverrebbe in un “Sito d’Interesse Comunitario”, in una “Zona a Protezione Speciale” e anche in un IBA (un’area considerata un habitat importante per la conservazione di popolazioni di uccelli), confinante tra l’altro con il Parco delle Gravine? Dovrebbe essere vietato in tale luogo un nuovo inceneritore secondo il REGOLAMENTO REGIONALE 22 Dicembre 2008, n. 28 con le modifiche e integrazioni dei “Criteri minimi uniformi per la definizione di misure di conservazione relative a Zone Speciali di Conservazione (ZCS) e Zone di Protezione Speciale (ZPS)”: ma forse questo regolamento non vale per la provincia di Taranto?
E l’avvocato Amati (assessorato alle Opere pubbliche e Protezione Civile – Lavori Pubblici, Difesa del Suolo, Protezione Civile, Risorse Naturali, Tutela delle acque) non ha da dire nulla sull’aumento di prelievo di acqua dalla falda (in totale 150.000 mc/annui) in una zona soggetta a “contaminazione salina” aumentando il sovrasfruttamento della falda stessa e con il rischio di rendere l’acqua inutilizzabile per l’agricoltura (Piano di Tutela Acque)? Detto per inciso, la Regione potrà dire, nel pieno stile dello “scarica barile” che la procedura per questo nuovo inceneritore di rifiuti urbani spetta alla Provincia, ma ci duole ricordare, che quando le autorizzazioni spettano all’ente Regionale, le sorti dei tarantini non sono migliori. Infatti, ricordiamo che la Regione ha già rilasciato parere favorevole alla VIA  per un altro inceneritore di “rifiuti pericolosi e non”, “Ecodi” a pochi chilometri di distanza da quello di Massafra e dentro il “Sito di Interesse Nazionale” tristemente noto, precisamente il 12 gennaio con determina dirigenziale n. 5, dimostrando tutta la considerazione che ha del territorio jonico. Nei prossimi giorni la Provincia di Taranto si dovrà esprimere sull’AIA per l’inceneritore Ecodì.
Continueremo a Resistere a tali scempi e ad informare la popolazione.

Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure!

 Taranto 23 Maggio 2012

Fukushima: rischio apocalisse

Un articolo molto interessante e purtroppo per nulla rassicurante sulla situazione della centrale nucleare a Fukushima, in Giappone tratto dal sito altrenotizie.org

di Alessandro Iacuelli

Sulla skyline di Fukushima, proprio in corrispondenza dei miseri resti dell’impianto di Daiichi, è comparso nelle scorse ore un nuovo elemento, suggestivo ma preoccupante: un breve lampo luminoso, di forma approssimativamente globulare. Molto breve per essere notato ad occhio nudo da tutti, troppo breve per essere immortalato da macchine fotografiche e telecamere. Sono passati alcuni minuti, e un altro lampo; poi alcune ore, e il fenomeno ha iniziato a ripetersi con una frequenza apparentemente aperiodica, ma che risponde perfettamente alle regole della meccanica statistica. Il fenomeno dei lampi, una rapida ionizzazione dell’aria attorno ai reattori 1 e 2, non è però sfuggito alla strumentazione di controllo portata in loco un po’ da tutti i Paesi del mondo, accorsi nella terra del Sol Levante nel tentativo di dare una mano a scongiurare l’apocalisse nucleare, ed il conseguente olocausto. Grazie alle registrazioni strumentali, il fisico Ferenc Dalnoki-Veress, del “James Martin Center for Nonproliferation Studies” in California, ha potuto caratterizzare quanto sta succedendo. Nonostante la Tepco, società che gestisce la centrale di Fukushima, abbia annunciato da parecchi giorni che i reattori sono spenti, quei bagliori luminescenti altro non sono che lampi di neutroni. Dalnoki-Veress; analizzando le misure, ha anche notato che non tornano i conti del livello di cloro radioattivo nell’acqua delle turbine del reattore 1. La presenza di cloro radioattivo oltre i valori attesi, e soprattutto la presenza preoccupante, allarmante e non ambigua dei lampi di neutroni, indicano chiaramente che all’interno dell’impianto sono ancora in corso delle reazioni a catena, delle reazioni nucleari. Ma a reattore spento, si tratta di reazioni totalmente incontrollate. Già il 25 marzo, la Tepco ha rilevato la presenza di cloro 38 nell’acqua dei locali delle turbine del reattore 1. Il cloro 38 si forma spontaneamente quando dei neutroni colpiscono il cloro 37, un elemento normalmente presente nell’acqua di mare. La notizia aveva favorito la Tepco stessa, ed il governo giapponese a ruota, nel frenare ogni allarmismo. La tesi presentata è stata quella del “nulla di strano”: il cloro 37 è presente in acqua di mare, in quell’acqua di mare usata per raffreddare il reattore, reattore spento e quindi dove non avviene alcuna reazione a catena. Secondo i calcoli di Dalnoki-Veress, un reattore spento non può produrre abbastanza neutroni da giustificare i livelli di cloro 38 rilevati: ben 1,6 milioni di becquerel per millilitro. Per il fisico, nonostante le barre di controllo abbiano bloccato la fissione, la parziale o totale fusione delle barre di uranio avrebbe portato a contatto quantità di combustibile nucleare tali da far continuare le reazioni nucleari. Il fenomeno è chiaramente oltre ogni allarme pensato a livello industriale, ben oltre il famoso “livello 7″ che si vuol far credere raggiunto solo dalla sciagura di Chernobyl: se la quantità di Uranio e Plutonio che va in contatto supera la famosa “massa critica” di cui sono pieni tutti i manuali di fisica anche elementari, l’esplosione atomica sarà inevitabile. In un attimo. A triste conferma di questa tesi arrivano le rilevazioni, confermate dalla Tepco e rese note dall’agenzia Kyodo News, dei lampi di neutroni vicino ai reattori 1 e 2. Per causarli, c’è bisogno di brevi ma ripetute reazioni di fissione. Una bomba atomica già innescata. Le autorità hanno risposto ribadendo che la situazione è sotto controllo. Non è possibile dal punto di vista tecnico, da quello scientifico, e da quello del buon senso, che la situazione sia sotto controllo: tra i resti di quello che fu un grande impianto nucleare, c’è fissione nucleare in corso. Si riaccendono brevi reazioni senza alcun controllo e il lampo di neutroni, premessa di una possibile esplosione atomica, diventa il nuovo incubo per Fukushima. La Tepco ha ammesso di aver riscontrato l’uscita di fasci di neutroni dal reattore 1, e in diversi momenti dei vari giorni passati è stata anche osservata l’immissione in atmosfera di notevoli dosi di isotopi caratterizzati da un tempo di dimezzamento brevissimo, cioè tali da dimezzarsi rapidamente e naturalmente. Quasi tutti elementi transuranici pesanti, che possono significare una cosa sola: anche se il reattore è spento, parte del nucleo è tuttora sporadicamente interessata da reazioni nucleari a catena. E se quella parte del nucleo s’ingrandisse, per semplice contatto con altre parti… Oltre al cloro 28, hanno fatto la loro comparsa isotopi come il tellurio 129, lo iodio 131 ed altro. Cosa sta succedendo a Fukushima, allora? Il fatto che del plutonio sia stato trovato fuori dal reattore, significa che il contenitore del reattore è stato bucato, il nocciolo ha fuso e il risultato di questo pericoloso melt down sta scendendo verso il basso. Se non saranno in grado di fermarlo raggiungerà la falda profonda e la catastrofe sarà completa. A Chernobyl, dove anche avvenne il melt down, la colata lavica radioattiva si fermò in modo fortuito, grazie ad uno spesso strato di sottosuolo che si rivelò impermeabile a tutto. Se in Giappone non sarà così, le cose andranno molto peggio nel giro di poco tempo. La considerazione tecnica è che gli stessi tecnici della Tepco mostrano spesso idee confuse circa cosa stia succedendo e in quale punto preciso. Al di là della difficoltà oggettiva a gestire una crisi nucleare di questo tipo, c’è il fatto imprescindibile che una semplice fuoriuscita di plutonio significa contaminazione per migliaia di anni: è un incidente che non è mai successo, pertanto nel mondo manca un’adeguata esperienza circa il “cosa fare”. Tutto questo implica che fatalmente diventa diversa da zero la probabilità di vedere scoppiare una bomba atomica. Questo significa che dovrebbe immediatamente scattare, prima dell’ora dell’apocalisse, l’ora dell’evacuazione completa di un’area ben più vasta di quella svuotata dalle autorità nipponiche. Ed ogni minuto che si perde, potrebbe essere troppo tardi. Il professor Dalnoki-Veress ha scritto un articolo sulle misure che ha effettuato e sull’analisi dei dati, articolo reperibile in rete: http://lewis.armscontrolwonk.com/files/2011/03/Cause_of_the_high_Cl38_Radioactivity.pdf

Centrale Nucleare di Fukushima

Intervento di Beppe Grillo sul Nucleare ad Annozero

Come si fà a non essere d’accordo?!?

Il 12 e 13 Giugno 2011 3 bei SI per dire No alla privatizzazione dell’acqua e al nucleare. Sembra assurdo dover dire di no a cose simili, sembra scontato…ma in questo paese siamo costretti anche a far questo…

Per chi volesse andare giorno 26 Marzo 2011 alla manifestazione nazionale a Roma per questi referendum c’è un bus organizzato dal comitato promotore tarantino. Per info controllare in bacheca http://www.meetup.com/Gli-Amici-di-Beppe-Grillo-Sezione-di-Taranto/messages/boards/thread/6533394/60#40221219

Noi l’acqua la vogliamo PUBBLICA!!! Giornata Nazionale di Mobilitazione per l’Acqua Pubblica

In campagna elettorale, come ricorderete, l’attuale presidente (rieletto) della Regione Puglia aveva promesso che entro 100 giorni dalla sua eventuale rielezione avrebbe, con il consiglio, approvato un DDL che portava verso la ripubblicizzazione dell’Aqp che è, attualmente, una s.p.a. I 100 giorni sono passati ed è notizia di pochi giorni fà che l’iter è stato nuovamente bloccato a tempo indeterminato.

Questa la nota diffusa tramite la mail list del forum nazionale per il referendum:
Mentre tutto sembrava viaggiare molto bene verso una prossima presentazione e approvazione del DDL sulla ripubblicizzazione in Consiglio regionale, ecco che oggi a sorpresa “spunta” la proposta di Michele Losappio, capogruppo del SEL, che “ingessa il DDL”.

A quanto pare l’ufficio legislativo della Regione avrebbe emesso un parere che “non è stato proprio quello che ci aspettava” (altro non è dato di sapere al momento). A questo hanno fatto seguito “le sollecitazioni garbate” del capo groppo del PDL Rocco Palese che ha chiesto un “comportamento responsabile e cauto”.

E benché l’Ass.re Amati – da quello che si legge – abbia ben spiegato che “il tema fondamentale è quello della definizione del servizio fornito dall’Acquedotto pugliese: se è o non è “a rilevanza economica” da cui deriverebbe per principio costituzionale la potestà legislativa dello Stato (primo caso) o della Regione (secondo); il capogruppo del SEL, Michele Losappio, propone di “approvare la legge e contestualmente con un ordine del giorno proposto dalle commissioni in aula chiedere al governo una moratoria a tempo sugli effetti della legge”.
L’obiettivo a detta del Consigliere Losappio è di “preservarsi dall’eventuale effetto dirompente che potrebbe avere un esito negativo della Corte Costituzionale”!

In pratica si tratterebbe di approvare una legge che non potrà produrre i suoi effetti se non in un futuro non determinato!…..

Ovviamente è un modo come un altro per rinviare all’infinito. A parole sono tutti molto bravi ma i fatti sono questi: Il DDL doveva essere approvato prima dello scioglimento della giunta lo scorso Febbraio. Poi doveva essere approvato entro i primi 100 giorni dalla rielezione. Poi entro fine anno. Adesso non si sà!

Durante l’assemblea regionale di sabato scorso 27 Novembre si è deciso di utilizzare la giornata nazionale di mobilitazione del 4 Dicembre per l’acqua pubblica,

- sia a sostegno della richiesta di moratoria al Decreto Ronchi e ai processi di privatizzazione (in attesa che si svolga il referendum);

- sia per informare la cittadinanza sul DDL sulla ripubblicizzazione dell’Acquedotto Pugliese e chiedere di riprendere l’iter di approvazione.

A Taranto l’incontro è alle 17:00 in Piazza Maria Immacolata con banchetti informativi

Alle 21:00 al Comitato di quartiere di “Città Vecchia” (arco Paisiello) si festeggierà con musica dal vivo con i “PUEBLO BORRACHO BLUES BAND” e proiezioni per l’Acqua Pubblica.

Perchè si scrive Acqua, ma si legge Democrazia!!!

Si scrive Acqua ma si legge Democrazia

Pubblichiamo volentieri una denuncia proveniente dal Coordinamento Calabrese Acqua Pubblica sulla gestione dell’acqua misto pubblica, e sulle azioni vessatorie a cui devono sottostare i comuni messe in atto dalla parte privata. Guarda caso si tratta di una società “famosa” a livello internazionale : Veolia.

(more…)

Padre Alex Zanotelli: “Stiamo morendo”

Purtroppo l’emergenza non è solo in Campania…Si muore lì e si muore anche qui…La situazione si sta facendo sempre più drammatica e sempre più diffusa…

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